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    9/17/2007

    VADO VIA CON I GATTI (di Emanuela Quilici)

                                                                         

     

     

                                                                                              

     

     

    APPUNTI PER LA MIA  MEMORIA

     

     

    Caro diario, ti faccio sapere che ho letto un testo teatrale per bambini, di Emanuela Quilici, ispirato a una novella di Gianni Rodari e, senza volerlo, mi sono saltate fuori alcune considerazioni. Se hai voglia di conoscerle, t'invito a sfogliare il mio intervento precedente. Se, invece, hai tempo e voglia di ascoltarmi, desidero riassumerti la trama di tale significativa opera, non soltanto per bambini!. 

     

    Dunque: il protagonista, Antonio, (inizialmente vicecapostazione a Poggibonsi) andato in pensione dopo quarant’anni di servizio, avverte il gravoso peso della solitudine!  Nessuno ha del tempo per ascoltarlo, per sapere di lui, dei suoi pensieri. Nemmeno il figlio ha voglia di condividere i suoi ricordi! Nessuno desidera farlo sentire vivo!

     

    -"In questa casa non c’è posto per i pensionati...”

     

    Ma oltre a non esserci più posto, Antonio sa benissimo che arriverà un giorno in cui  “non conti più nulla; non ti guardano neanche; non puoi scambiare nemmeno due parole con qualcuno. E magari, un giorno o l’altro, finisci all’ospizio.  Questo è il destino di un povero vecchio”.

     

    Antonio, in preda ad una vistosa malinco-noia, ha il coraggio di dire basta! Esprime il desiderio di fuggire, di andare via con i gatti.

     

    E, come per magia, (il neo pensionato) si trasforma davvero in felino. Gli è bastato scavalcare un cancelletto per entrare a far parte della comunità dei gatti, “un cancelletto che separa il loro regno da quello delle automobili.”  

     

    In quel nuovo mondo incontra dei gatti-gatti e dei gatti come lui che una volta furono uomini, uomini soli in un mondo che li aveva dimenticati, esclusi. Una nuova esistenza attende il protagonista in compagnia di vecchi e nuovi amici. Una bella morale in un testo teatrale! Che ne pensi?

     

    Ciao- ciao!... Anzi, miao-miao!...    Michele

                  

     

     

    La Scena in gioco (Manuale e antologia per l’attività teatrale) di A. Marino e A. Gonsalez. Loffredo Editore, 2000. 

     

     

     
                                                                     GATTINO                               
     
     
     
                 
     
    9/9/2007

    PERCHE' AMIAMO LA COMPAGNIA DEGLI ANIMALI

     

                                   

     

                                  I CANI: AMICI DELL'UOMO!...  I GATTI: RUFFIANI DELLE DONNE?... 

     

                                                                                            V O T A T E

     

    Caro diario, devo farti una domanda particolare:  se vuoi, puoi anche tacere!  Dunque, a te, capita mai, durante la giornata, di domandarti se gli animali sono più sensibili degli uomini? Io, spesso, penso di sì, e altre volte, spessissimo, credo di sì!  Secondo te, dipende dal mio umore o dipende dalle persone che incontro?... 

     

    Come tu ben sai, ho due cani e 9 gatti (e sottolineo nove),  e quindi, per esperienza diretta, posso  dirti che gli animali dimostrano una sensibilità particolare, rispetto a tanti amici e a tanti parenti di tua conoscenza, in quanto, gli animali, (a preferenza delle bestie),  sono capaci di dare affetto senza chiedere nulla in cambio. Questo  atteggiamento di assoluto "amore", oserei dire "amore puro, disinteressato",  mi porta a credere che in loro ci sia qualcosa di speciale, una sensibilità che va oltre la mia misera comprensione!

     

    I cani, amici fedeli dell’uomo per eccellenza, amano i loro padroni non perché questi siano belli, giovani, ricchi o sappiano  scrivere delle belle poesie, né, tantomeno,  rimangono legati ai loro padroni per il classico pezzo di pane ma, piuttosto, per il semplice fatto che, fra l'animale e l'uomo, s'instaura un rapporto affettivo di grande intensità, di autentica complicità emotiva!

     

    Con i gatti è un po' diverso in quanto, il felino, è un animale  molto più indipendente e meno disponibile al dialogo! E' più ruffiano ed opportunista, specie con chi gli riempie la ciotola,  e gestisce il rapporto con l'uomo con una diversa intensità e con tempi più adeguati alla sua sonnolenza!  Non dico, però, che i gatti siano meno affettuosi dei cani o che non siano altrettanto bisognosi di carezze e baci! Per carità!... Quando iniziano a fare le fusa non te li scrolli più!...  

     

    Comunque, io mi chiedo e ti chiedo: perché amiamo la loro compagnia?... Se hai tempo e ti va,  rispondimi!  

     

    Mi viene anche da pensare: ma gli animali sono più buoni di noi? Un cane, un gatto, per esempio, abbandonerebbero mai il loro padroncino sul ciglio di una strada, in mezzo alla campagna? Io credo proprio di no!  Tu cosa ne pensi?

     

    E, adesso, prima di concludere, ti vorrei fare una domanda finale! Tu, caro diario,  che vivi al calduccio nel cassetto della mia scrivania,  hai mai desiderato di essere un animale domestico? Hai mai sognato di vivere in un ambiente familiare accogliente, dove gli animali sono trattati come fossero dei bambini indifesi, oserei dire, meglio dei figli? Io, sì!  Da gattino, formato peluche, sarei coccolato e viziato  più di quanto non si possa viziare e coccolare un marito.

     

    Mia moglie, ad esempio, se io fossi un gattino o un cagnolino, non si sognerebbe mai di chiedermi di apparecchiare la tavola, di comprare il pane, di andare a gettare l’immondizia!... Che bella vita che sarebbe!... Che bella!...

     

    Nella speranza che  tu voglia ampliare questo mio discorso,  ti rimbocco la copertina e ti conservo nella tua cuccetta!   

     

    Ciao,                                                                                                 Michele

     
    michelesarrica.it
     
     
     
                                                                                               

                                                                              

     

     

     

                                                                             
                                                                                             
    9/3/2007

    LA POESIA: PALESTRA DI RETORICA E DI NARCISISMO?

     

     

     

                                       PROBLEMI CHE  LASCIANO DORMIRE

     

                                                                   UN PO’ DI RIPASSO PER NON DIMENTICARE

                                                                                        (Domani compito in classe)

     

     

     

     

    Dagli anni ’60 in poi, anni caldi e di trasformazione, ri-nasceva e si affermava una certa poesia dai connotati socio-politici, poesia, apparentemente, nata per difendere i diritti dei più deboli, puntualmente disattesi o calpestati da quel mostro che, sbrigativamente, identificavamo nella persona giuridica dello Stato, uno Stato di diritto senza cuore, sordo, ipocrita, ladro! Questo atteggiamento poetico, moralizzante, condiviso nei circoli culturali, negli articoli apparsi in alcuni periodici specializzati e da molte Giurie anche meno specializzate, ha fatto sì che la poesia continuasse a banalizzarsi, a diventare fonte battesimale dove annegare i soprusi, le angherie, le miserie e le ingiustizie.

     

    E così, grazie al sangue che scorreva tra i versi, specialmente tra i versi della poesia dialettale siciliana dove anche le fontane, (vedi Piazza Pretoria di Palermo)  zampillavano di tale liquido rosso e anche blu, i buoni sentimenti si confusero, e purtroppo continuano a confondersi, con la buona poesia.  E la poesia, di conseguenza, divenne palestra di retorica, di narcisismo involutivo, di errato e ipocrita approccio con la vita e con l’arte.

     

    Bisogna anche evidenziare che, purtroppo, certi componimenti monotematici, dedicati alla violenza o all’amata terra occupata dallo “straniero”,  (e per straniero s’intende anche l’extracomunitario arrivato in gommone), anche se non suffragati nemmeno da una pur pallida somiglianza con la “Poesia”, continuano ancora a mietere consensi tra gli attardati, i moralisti, i benpensanti.  

     

     Ciao,                                                   Michele

     

    michelesarrica.it

     

      

    L'ASSENZA DI DATI STORICI NELLA POESIA

     

     

     

                                                   PROBLEMI CHE LASCIANO DORMIRE

                                                      

                                                       IL POETA E' UN BUE AGGIOGATO ALL'ESISTENZA E ALLA SUA ARTE

     

     

    L’assenza di dati storici nella poesia,  può essere letta come mancanza di attenzione verso il reale?  Può essere interpretata come segno di poca sensibilità da parte del poeta nei riguardi della storia?

     

    Certe scuole di “pensiero”, tout-court, affibbiano al poeta e alla poesia “una funzione sociale rivelatrice”, funzione che dovrebbe sapere di denuncia e di ravvedimento, di religiosità e di fede.

     

    Se così fosse,  allora, bisognerebbe dire che il poeta che trascura questi fermenti socio-culturali, che non si lascia provocare da un fatto più o meno eclatante, né si lascia convolgere da una ingarbugliata rivoluzione più o meno socio-culturale, allora non è poeta in quanto non scrive cronache poetiche, non assume posizioni ideologiche o politiche, né palesa suggerimenti  e ravvedimenti nel nome di una umanità dolente e peccatrice.

     

    Stranamente,  in contrapposizione, bisognerebbe ammettere che il poeta che non si lascia condizionare dagli eventi più o meno bellicosi, è un poeta doppiamente ammirevole per la sua contro-rivoluzione.

     

    Ammirevole se, in questi particolari frangenti di trasformazione violenta e cruenta, decide   di "cantare" e di proporre le sue intime emozioni, pruriginose o languide, rivolte alla madre o alla sua amata, alla natura, al suo cane o all’habitat in cui vive.

     

    Emozioni che non tengono conto di nessuna “rivoluzione” sociale, di nessuno scandalo, di nessuna azione criminale o terroristica, di nessuna guerra, di nessuna madre omicida ma,  soltanto, prendono spunto dai suoi sentimenti più o meno intimi, dai suoi stati d’animo, più o meno casalinghi, della sua umana voglia di esternare il suo pensiero attraverso la poesia.

     

    Il poeta, come affermo io, è soltanto un frammento del creato e, quale cellula di un sistema vitale universale, deve  svolgere il suo ruolo di artista seguendo soltanto i suggerimenti  percettivi che gli sono stati suggeriti e affidati e che, spesso, nemmeno lui conosce fino in fondo o è in grado di determinare, convogliare o sconvolgere a suo piacimento.

     

    Il poeta, il raccoglitore di emozioni, è una vittima!  Prosegue il suo cammino con la solennità di un bue aggiogato all'esistenza e alla sua arte.

     

    Ciao,                                                                                       Michele

     

    michelesarrica.it  

     
     

    IL POETA NON E' UN SACERDOTE (E allora, perché continua a predicare?)

     

     

                                              PROBLEMI CHE LASCIANO DORMIRE

                                                                           CONSIDERAZIONI

     

     

    Il poeta non è un sacerdote, né un moralista! Il poeta è un uomo! Un uomo che riesce a captare determinati “segnali” (provenienti da una misteriosa fonte che, comunemente, chiamiamo “ispirazione”)  che poi decodifica servendosi di più codici per interpretare il primo input, spesso soltanto un vago accenno criptato.

     

    Il poeta, simile ad un contadino che guarda il cielo per coglierne i segnali climatici più misteriosi, affonda il suo “sguardo” nelle sue emozioni,  scava nella sua cultura, semina e raccoglie nel campo dei suoi sentimenti, si serve della tecnica acquisita per migliorare l’abito ai suoi pensieri. E, soprattutto, non perde mai di vista il suo gusto per l’arte, né dimentica il rispetto che si deve alla parola, alla sacralità della parola.

     

    Alla fine, quando il “segnale” è definitivamente tradotto, dignitosamente vestito e opportunamente addobbato, il poeta lo affida al lettore per dirgli: ecco, prendi, questa è la mia poesia!  E il lettore re-inventa il testo a secondo del suo stato d’animo, della sua cultura, del suo gusto, di cosa a mangiato, bevuto e fumato... etc. etc.  E così,  la poesia si genera e si rigenera, nasce e muore nel pensiero e nell’animo del mondo. Forse, anche nel cuore di chi ha dettato il primo verso.

     

    La poesia non ammette teoremi, non concepisce formule, non si offre soltanto ai ricchi e ai benpensanti, non ammette che la sua genesi venga dettata dalla mente e la sua vita sia un atomo di storia. 

     

     Ciao, Michele

     

    michelesarrica.it

     

     

      

    9/2/2007

    IL POETA: CRONISTA, VATE, PROFETA?

     

     

     

                                                  PROBLEMI CHE LASCIANO DORMIRE

                                    IL POETA E' UN UOMO CHE OSSERVA IL MONDO E NE MASTERIZZA L'ANIMA E L'ESSENZA

     

    Il poeta, come qualsiasi altro pensatore, è libero di esternare i suoi sentimenti più intimi senza tenere conto del momento sociale che attraversa e, come qualsiasi altro cittadino, gode della più totale libertà di parola e di espressione purché la sua libertà non vada a ledere o intaccare la dignità e la libertà altrui. 

     

    Se queste considerazioni hanno una loro validità, allora bisogna anche sostenere che il poeta non commette nessuna “distrazione di capitale emotivo” se non si lascia contaminare dall’emotività storica, se per motivi ignoti al suo pubblico e, forse anche a se stesso, riesce ad evitare di emulare il “cronista”.

     

    Oggi, la più diffusa scuola di pensiero, affibbia al poeta una funzione “evangelizzatrice” e, alla poesia, una funzione sociale “rivelatrice” ché dovrebbe incunearsi nelle coscienze più coriacee per sensibilizzarle e trasformarle in qualcosa di più umano. Di conseguenza, il poeta che trascura questi fermenti socio-culturali, che non si lascia provocare da un avvenimento più o meno storicizzabile, che non si lascia prendere da una ingarbugliata rivoluzione più o meno politica, secondo gli  enunciati di tale scuola pre Socratica, non sarebbe un poeta in quanto non scrive cronache poetiche, magari lacrimevoli e rugiadose, non si manifesta quale missionario o redentore.  

     

    In contrapposizione, bisognerebbe ammettere che il poeta che non si lascia trasportare dagli eventi più o meno bellicosi,  è un poeta doppiamente ammirevole per la sua contro-rivoluzione. Ammirevole se, in questi frangenti di trasformazione violenta e cruenta, decide di proporre le sue intime emozioni rivolte alla madre o alla sua amata, alla natura, al suo cane, al suo habitat. Emozioni che non tengono conto di nessuna “rivoluzione” sociale, di nessun atto vandalico o terrorista, di nessuna guerra in atto, di nessuna madre omicida, di nessuna azione criminale, all’infuori dei suoi sentimenti e dei suoi stati d’animo.

     

    Con ciò non intendo sostenere che il poeta non debba o non possa parlare di terrorismo, di guerra e di pace. Ci mancherebbe! In ogni caso, il poeta non dovrebbe dimenticare la propria storia, le proprie origini, la sua quotidianità. Non dovrebbe mettere da parte le sue emozioni più intime, né tacere tutto ciò che  gratifica e impressiona la sua sensibilità per dare “sfogo”, principalmente, ai suoi onesti languori morali, alla sua giusta pretesa di giustizia, all’esasperata mania di essere alla moda e parlare, quindi, di torri gemelle, di desaparecidos, di mendicanti che bussano ai nostri finestrini allungandoci la mano, di bambini gettati nei cassonetti, tra i rifiuti di questa società.

     

    La poesia, come ci lasciò scritto il signor Alighieri, è voce che “ditta dentro”, petulante e ingarbugliata. Attraverso meccanismi irrazionali si amalgama con l’esterno e con la vita, l’attraversa, storicizza o ripercorre un incontro, re-inventa uno sguardo, un amore, una delusione, affida all’arte la sua immortalità.   

     

    A mio parere, non possiamo più permetterci di continuare a mettere in mostra le piaghe di una società in cancrena soltanto per sentirci poeti, dei poeti attuali, cantori di una cronaca sottratta alla prosa giornalistica, evidenziata tanto per far da eco alla notizia. Né possiamo continuare ad immaginare di suscitare una più meritevole attenzione parlando di fame senza aver mai provato cosa voglia dire, veramente, avere fame! 

     

    Ciao,                                          Michele.

     

    michelesarrica.it